Premio Giornalistico Alfio Menegazzo


 

Chi era Alfio Menegazzo

 

UNA TESTIMONIANZA LUNGA TRENT’ANNI

Dopo la prima operazione al cuore, Alfio Menegazzo regalò agli amici un quadretto con un disegno di Roberto Joos: una rosa rossa che rifioriva. Era come se il suo cuore si fosse rimesso a battere; in fretta per non perdere tempo. Sapeva che era arrivato al momento della vita in cui un uomo si accorge di avere più ricordi che speranze, lui cercava di affidare a un disegno la voglia di sognare ancora. Il sogno durò due anni.

Sono passati dieci anni dalla morte di Alfio che aveva 61 anni e un cuore che faceva sempre più fatica. Per trent’anni è stato corrispondente del Gazzettino dalla Riviera del Brenta, per la gente della Riviera era il giornalista, l’inviato, il direttore del giornale. Se chiedevi in giro a Mira o a Stra chi dirigesse Il Gazzettino, ti rispondevano senza sbagliare: Alfio Menegazzo. Era divenuto, senza volerlo, un’istituzione.

Era figlio di un partigiano che gli aveva insegnato il mestiere di operaio, era stato in fabbrica ai Cantieri Breda e poi alla Mira Lanza. Il giornalismo era la sua passione, aveva incominciato con le cronache sportive, aveva continuato con ogni genere di cronaca. Era soprattutto un giornalista corretto che non aveva avuto paura, eppure non gli erano mancate le minacce: aveva raccontato la vecchia mala del Brenta e anche la nuova mala, banditi del tempo delle rapine con le pistole, poi quelli delle rapine col bazooka, infine quelli della collina dei morti, nemici e complici uccisi e seppelliti. Non voleva nascondere la verità, si adirava soltanto se certo giornalismo d’assalto rappresentava la sua gente in maniera sbagliata.

Lo trovavi ovunque ci fosse una storia da raccontare col suo amico e collega Ugo Baruzzo. Arrivavano in redazione assieme, "Il gatto e la volpe" li chiamavamo e non abbiamo mai spiegato chi fosse il gatto e chi la volpe. C'era un periodo in cui andavano a intervistare in coppia e scrivevano in coppia. Nelle loro tasche c'erano sempre una notizia e una fotografia.

Alfio, poi, aveva una passione per il calcio dilettanti, conosceva tutto di ogni squadra, sapeva indicarti il ragazzino che avrebbe fatto strada.

E’ stato il testimone della crescita di una delle zone più industrializzate e più turistiche del Veneto, ne ha seguito in trent’anni la trasformazione, la grande avventura del turismo e dell’industria della scarpa. Ha raccontato storie belle e brutte della sua terra e della sua gente. Mai da protagonista, sempre da testimone come deve essere un bravo giornalista.

Si era reso conto che la sua vita non sarebbe stata poi così lunga come nei sogni, accanto al disegno con la rosa rossa aveva lasciato anche le parole per l’annuncio della morte:”Io credo, risorgerò”. E forse sapeva che anche professionalmente qualche anno dopo sarebbe stato così. Oggi un concorso legato al suo nome premia un giovane giornalista. Non c’è niente di più importante per un buon cronista che lasciare una lezione di serietà e affidare un sogno a un giovane. Vuol dire che quella rosa non è mai stata recisa.

Edoardo Pittalis

Da : NOI giornalisti
Trimestrale dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto
Anno VIII – N° 4 – ottobre-novembre-dicembre 2003

  

Alfio e la sua Juve

  Ci proponiamo, attraverso una serie di storie inedite e poco conosciute – abbiamo iniziato nell’edizione del giornale dell’anno scorso- di “raccontare” Alfio anche ai giovani che non hanno potuto conoscerlo direttamente. Giovani che ha amato e seguito su tutti i campi di calcio della Riviera ed anche in altre regioni d’Italia. E di calcio “ne capiva” molto anche se chi scrive, (di fede nerazzurra) cercava di “attaccarlo”, senza, però, riuscirci.
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